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Il media plan perfetto non esiste. Esiste quello che dura nel tempo

  • Immagine del redattore: Marco Pellegrini
    Marco Pellegrini
  • 14 mag
  • Tempo di lettura: 14 min

Ogni volta che inizio un progetto con un'azienda che ha già fatto advertising online, la prima cosa che chiedo è: "Quanto hai speso l'anno scorso e su cosa?" A volte la risposta rivela il problema prima ancora che io abbia visto un dato. Metà budget su Meta perché "funziona bene", qualcosa su Google "per il brand", niente o quasi per chi non ha ancora mai sentito parlare dell'azienda. Nessuna logica di funnel, nessuna visione temporale, nessun criterio di allocazione consapevole. Solo abitudine.

Il media plan è lo strumento che dovrebbe evitare esattamente questo. Non è un documento da compilare una volta l'anno e dimenticare nel cassetto, è la bussola con cui decidi dove metti i tuoi soldi, perché, e per quanto tempo. Il problema è che si tende a costruirlo come se esistesse una formula perfetta: X% su awareness, Y% su conversione, Z% su retention. Quella formula non esiste. O meglio, esiste in tante versioni quanti sono i modelli di business, i mercati, i momenti di vita di un'azienda.

Quello che posso dirti, dopo anni di lavoro su ecommerce, B2B e servizi, è che i media plan che funzionano davvero hanno tutti una caratteristica comune: sono stati costruiti con una logica temporale e una distribuzione del budget coerente con dove si trova l'azienda in quel momento, non con dove vorrebbe essere.


Perché il media plan "perfetto" è una trappola


Il concetto di media plan perfetto è seducente perché sembra risolvere il problema dell'incertezza. Se esiste una formula universale, non devo ragionare caso per caso — applico il modello e sono a posto. Ho visto agenzie vendere questo tipo di certezza per anni. "Noi usiamo il nostro framework proprietario". In realtà, quello che c'è sotto è spesso una serie di benchmark di settore applicati senza contestualizzazione.

Il punto è che il media plan è il risultato di una serie di variabili che cambiano nel tempo e da azienda ad azienda: la notorietà del brand, il livello di concorrenza nelle aste pubblicitarie, la qualità del prodotto, la stagionalità, la maturità del sito e del funnel, la presenza o assenza di contenuti organici. Ignorare queste variabili e applicare percentuali standard porta a sprecare budget nelle fasi sbagliate.

C'è anche un problema di orizzonte temporale. La maggior parte delle aziende guarda al media plan su base mensile, al massimo trimestrale. Questo crea un bias verso le campagne di conversione — quelle che "si vedono subito" — e una sistematica sotto-investimento nelle fasi alte del funnel, che hanno ritorni più lenti e meno misurabili nel breve. Il risultato è un funnel che si prosciuga nel medio periodo: convertiamo bene oggi, ma tra sei mesi non avremo abbastanza utenti in cima al funnel da spingere verso il basso.

Un media plan sostenibile nel tempo non è quello che massimizza il ROAS del mese prossimo. È quello che costruisce un sistema che funziona anche tra dodici mesi.


Il funnel come architettura di investimento


Prima di parlare di percentuali e canali, è utile chiarire come leggere il funnel da un punto di vista degli investimenti. Uso una struttura a tre livelli, che trovo più operativa rispetto al classico TOFU/MOFU/BOFU.


Livello 1 — Domanda latente (Awareness e interesse)

Qui si trovano le persone che non stanno cercando attivamente il tuo prodotto o servizio, ma che potrebbero averne bisogno. Il tuo compito è entrare nel loro campo visivo, creare un'associazione positiva, e — se il contesto lo permette — far scattare una prima curiosità. I canali tipici sono quelli interruptive: Meta Ads su pubblici freddi, TikTok, display programmatica, YouTube preroll, TV (lineare o connessa), influencer marketing. Il ritorno è difficile da misurare nel breve termine e questo crea spesso resistenza interna da parte del management. Bisogna imparare a misurarlo in modo diverso — con metriche di brand lift, search volume su brand name, incremento del traffico diretto.


Livello 2 — Domanda consapevole (Consideration e valutazione)

Qui si trovano le persone che sanno di avere un problema o un bisogno, stanno cercando soluzioni, e stanno valutando le opzioni. Il canale principe è Google Search — intercetta intento esplicito. Si aggiungono il retargeting su chi ha già visitato il sito, le campagne su YouTube per chi ha fatto ricerche correlate, e il contenuto organico (SEO, blog, comparatori). In questa fase l'obiettivo non è ancora la conversione diretta, ma essere presenti nel consideration set: voglio che quando qualcuno pensa a quella categoria, pensi anche a me.


Livello 3 — Domanda attiva (Conversione e fidelizzazione)

Qui si trovano le persone pronte a comprare, o che hanno già comprato. I canali sono quelli con l'intenzione più alta: Search con keyword transazionali, Shopping, retargeting con offerta specifica, email marketing, notifiche push, programmi di loyalty. Il ROAS è alto, la concorrenza nelle aste è feroce, i margini si assottigliano. È il livello dove molti concentrano il 70-80% del budget e si chiedono poi perché la crescita si sia fermata.


Come distribuire il budget per stage del funnel


Non esiste una percentuale universale, ma esistono range ragionevoli che ho visto funzionare in contesti diversi. Li ho sintetizzati nella tabella qui sotto, distinguendo per fase di vita dell'azienda.


TABELLA: Distribuzione budget per stage del funnel e fase aziendale

Stage del Funnel

Brand early-stage (0–2 anni)

Brand in crescita (2–5 anni)

Brand maturo (5+ anni)

Awareness / TOFU

40–55%

25–35%

15–25%

Consideration / MOFU

25–35%

30–40%

30–35%

Conversione / BOFU

15–25%

30–40%

40–50%

Retention / Loyalty

5–10%

10–15%

15–20%

Questi numeri partono da un principio: più il brand è giovane, più ha bisogno di costruire la domanda a monte prima di poterla raccogliere. Un brand che nessuno conosce non ha nessun vantaggio a spendere tutto in conversione — semplicemente non ci sono abbastanza utenti consapevoli nella parte bassa del funnel.

Un brand maturo, invece, ha già una base di awareness consolidata e può spostare più budget verso la raccolta della domanda esistente. Ma anche qui c'è un limite: se smette di alimentare la parte alta del funnel, nel giro di 12-18 mesi vedrà calare le performance anche nelle campagne di conversione, perché il bacino si è svuotato.

Un elemento che spesso manca in queste tabelle è la stagionalità: in certi settori (moda, regalo, turismo) ha senso spostare budget significativo sulla conversione nei periodi di picco, compensando con più awareness nei mesi "freddi". Il media plan deve tenere conto di questo ritmo.


I canali: dove investire e perché


La scelta dei canali non è mai neutrale. Ogni piattaforma ha una logica di asta, un formato creativo, un tipo di utente e un'efficacia diversa a seconda del punto del funnel in cui lo usi. Qui di seguito do una lettura pratica dei principali canali, senza la retorica del "dipende" che non aiuta nessuno.


Meta Ads (Facebook e Instagram)

Meta è ancora il canale più versatile per il mercato italiano quando si parla di B2C. Funziona bene su tutti i livelli del funnel, ma eccelle soprattutto nella fase di awareness e nel retargeting. Il suo punto di forza è la granularità nella targetizzazione per interessi e comportamenti, unita a un'enorme platea. Il suo punto debole — sempre più evidente dal 2022 in poi — è l'aumento dei CPM e la progressiva riduzione della targetizzazione per effetto delle policy sulla privacy (iOS 14 e successivi). Oggi Meta funziona meglio su pubblici ampi con creative forti, piuttosto che su targetizzazioni chirurgiche come si faceva fino a qualche anno fa. Chi non ha aggiornato la propria strategia creativa sta sprecando budget.


Google Ads (Search, Shopping, Display, YouTube)

Google è il canale dell'intento. Se qualcuno cerca "scarpe da trail running impermeabili", ha già fatto metà del lavoro di qualificazione da solo. Il costo per click è più alto rispetto ai social, ma la conversione tendenzialmente anche. Secondo le stime della metodologia di Google Economic Impact, le aziende che usano Google Ads recuperano in media 8 dollari di profitto per ogni dollaro investito — un dato che va contestualizzato per settore e tipologia di campagna, ma che dà l'idea del potenziale della piattaforma se gestita con criterio. La parte Search è fondamentale per qualsiasi business con domanda consapevole — ed è qui che concentrerei i budget BOFU. Google Shopping è imprescindibile per l'ecommerce. YouTube funziona bene sia come awareness (Bumper, preroll non skippabili) che come consideration (campagne Discovery, video esplicativi). La Display è spesso sottovalutata per il retargeting a basso costo.


TikTok Ads

TikTok è entrato nel media mix di molti brand con aspettative altissime e risultati spesso deludenti — non perché la piattaforma non funzioni, ma perché richiede un approccio creativo radicalmente diverso. I contenuti "pubblicitari" tradizionali vengono ignorati. Funziona benissimo per brand con un pubblico under 35, con prodotti visivamente dimostrabili e con la capacità di produrre contenuti nativi in formato video verticale. È soprattutto un canale di awareness e interesse — aspettarsi conversioni dirette in modo scalabile è spesso un errore.


Programmatica e Display

Molto sottovalutata, soprattutto per brand con volumi di traffico elevati. La display programmatica (DV360, The Trade Desk, o soluzioni più accessibili come AdRoll) permette di fare retargeting su scala e di comprare inventory su siti premium a CPM contenuto. È un ottimo complemento ai canali social per mantenere la presenza nella fase di consideration.


TV (lineare e connessa)

La TV lineare è ancora rilevante per brand con budget significativi (da 100–150k euro a campagna in su) e un target adulto. La TV connessa (CTV) sta crescendo in modo deciso anche in Italia: secondo i dati dell'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, nel 2024 gli investimenti sulla TV 2.0 hanno raggiunto i 568 milioni di euro, con una crescita del 21% rispetto all'anno precedente. Per brand ecommerce con ticket medio-alto e mercato nazionale, la CTV è oggi una delle opzioni più interessanti del panorama italiano.


Email e marketing automation

Spesso non viene nemmeno incluso nel media plan perché "non è paid". È un errore. L'email è il canale con il ROI più alto tra tutti i canali di marketing digitale. Secondo i dati aggregati dalla DMA (Data & Marketing Association), per ogni euro investito in email marketing il ritorno medio si attesta attorno a 36:1, con picchi ancora più alti nei settori retail ed ecommerce. Va trattato come un asset strategico, soprattutto nella fase di retention. Un media plan sano include sempre una componente di lifecycle marketing.


Distribuzione per canale: un framework orientativo


TABELLA: Allocazione canali per fase del funnel

Canale

TOFU (Awareness)

MOFU (Consideration)

BOFU (Conversione)

Retention

Meta Ads

✅ Primario

✅ Retargeting

✅ Offerta specifica

⚠️ Limitato

Google Search

❌ Limitato

✅ Keyword informazionali

✅ Primario

Google Shopping

⚠️

✅ Primario (ecommerce)

YouTube

✅ Primario

✅ Discovery

⚠️

TikTok

✅ Primario

⚠️

❌ Difficile

Display / Programmatica

✅ Brand

✅ Retargeting

⚠️

TV / CTV

✅ Primario

Email / Automation

⚠️ Lead nurturing

✅ Primario

SEO / Contenuto

✅ Organico

✅ Primario

⚠️

Legenda: ✅ = uso raccomandato / ⚠️ = uso selettivo / ❌ = non adatto o marginale


La creatività non è un dettaglio: è metà del lavoro


Uno degli errori più comuni nei media plan che mi trovo ad analizzare è la totale assenza di un piano creativo. Si definiscono canali, budget, KPI — e poi si affida la parte creativa all'ultimo momento a chi gestisce operativamente le campagne. Il risultato sono annunci generici che si perdono nel feed.

La creatività è oggi il principale leva di differenziazione nelle campagne paid. Uno studio di Meta in collaborazione con la società di ricerca Nepa ha confermato che adottare le linee guida di qualità creativa può generare un incremento tra 1,2 e 7,4 volte nelle vendite di breve periodo. A livello più ampio, sia Nielsen che Google concordano nel attribuire alla creatività una quota determinante del successo di campagna: secondo Meta stessa, riportando dati Nielsen e Google, la creatività guida il 56% del ROI sulle vendite (Nielsen) e il 70% del successo complessivo di una campagna (Google). Su TikTok è ancora più estremo: un video nativo ben fatto supera sistematicamente un annuncio prodotto in modo tradizionale, a parità di budget.

Questo ha conseguenze pratiche sul media plan: bisogna allocare budget e risorse per la produzione creativa. Non è un costo separato — è parte integrante del piano media. In linea generale, per campagne paid di medio volume (10.000 – 50.000 euro/mese), allocare il 15–20% del budget totale alla produzione di contenuti creativi (foto, video, copy, landing page) è un investimento che si ripaga abbondantemente.

Il piano creativo deve essere allineato allo stage del funnel: creatività di awareness deve generare emozione e riconoscimento, non spiegare il prodotto; creatività di consideration deve rispondere a domande e ridurre le obiezioni; creatività di conversione deve essere diretta, chiara, con una call to action esplicita.


Esempi per settore: come cambia la logica


Ecommerce fashion / lifestyle (B2C, ticket medio)

Un brand di moda con un catalogo stagionale ha bisogno di costruire l'awareness nei mesi precedenti al lancio della nuova collezione, poi accelerare sulla conversione nel momento del picco. Il media mix tipico: Meta (40%) come canale backbone per awareness e retargeting, Google Shopping (25%) per la raccolta dell'intento, contenuto organico + influencer (20%) per credibilità, email per la retention (15%). Il budget va concentrato su 3-4 periodi chiave l'anno (lancio collezione, saldi, Black Friday, Natale) con una presenza più leggera negli altri mesi.


SaaS B2B (lead generation, ciclo di vendita lungo)

Qui la logica cambia radicalmente. Il ciclo decisionale è lungo — da settimane a mesi — e il numero di decision maker è spesso ridotto. La priorità è essere presenti durante tutto il processo di valutazione, non convertire subito. Google Search su keyword di problema e soluzione (MOFU) è spesso il canale principale. LinkedIn Ads è rilevante per targeting professionale, anche se costoso. Il contenuto SEO è fondamentale per generare traffico qualificato organico nel medio periodo. Il budget per la retention/nurturing (email, automation) deve essere proporzionalmente più alto rispetto all'ecommerce, perché un lead B2B si "lavora" per settimane.


TABELLA: Confronto allocazione canali per modello di business

Canale

Ecommerce B2C

SaaS B2B

Servizi locali

Brand FMCG

Meta Ads

35–45%

10–15%

20–30%

25–35%

Google Search

20–25%

30–40%

35–45%

10–15%

Google Shopping

15–20%

LinkedIn Ads

20–30%

TikTok / YouTube

5–10%

5%

5%

15–25%

Email / Automation

10–15%

20–25%

10%

5–10%

TV / CTV

15–30%

Display / Remarketing

5–10%

10–15%

10%

5–10%

Servizi locali (ristorante, studio professionale, palestra)

Budget ridotto, obiettivo locale, ciclo decisionale breve. Google Search con geo-targeting è il canale principale. Meta con targetizzazione geografica stretta funziona bene per awareness e promozioni. Google Business Profile (SEO locale) è gratis e spesso il canale con il miglior ROI. Non ha senso investire in awareness su scala nazionale — meglio essere dominanti nella propria area geografica.


Brand FMCG (largo consumo)

La logica qui è quasi opposta all'ecommerce diretto. La conversione avviene nel punto vendita (fisico o grande retailer online), quindi l'obiettivo del paid è prevalentemente brand building e top-of-mind. TV e CTV hanno ancora un ruolo centrale. Meta e YouTube servono per amplificare la reach su segmenti specifici. Le metriche sono diverse: reach, frequenza, brand recall — non ROAS.


Il media plan nel tempo: costruire un sistema, non inseguire il mese


Il vero problema dei media plan che non durano è che vengono rivisti ogni mese in base ai risultati del mese precedente. Se agosto va male, si taglia il budget di settembre. Se una campagna di awareness non mostra ritorni diretti entro 30 giorni, viene sospesa. Questo approccio distrugge la logica di sistema che rende un media plan efficace nel lungo periodo.

La prospettiva temporale che uso con i miei clienti è questa: il media plan va costruito su base annuale con revisioni trimestrali, non mensili. I parametri che si guardano ogni mese sono operativi (CTR, CPC, ROAS di campagna, frequenza, CPM) — utili per ottimizzare le singole campagne. I parametri che si guardano ogni trimestre sono strategici: il costo di acquisizione cliente sta salendo o scendendo? Il traffico organico sta crescendo? Il brand search volume si muove? Il customer lifetime value è stabile?

Le decisioni di riallocazione del budget devono rispondere alle domande strategiche, non a quelle operative. Se abbasso il budget TOFU ogni volta che il ROAS di breve periodo cala, sto ottimizzando la singola campagna a scapito del sistema.

Un'altra cosa che mi capita spesso di vedere: aziende che raddoppiano il budget paid nei momenti di crisi di traffico, senza prima capire perché il traffico sta calando. Se il problema è che il sito converte male, o che il prodotto ha problemi di prezzo, più budget non risolve niente — amplifica il problema.


Misurare il media plan in modo corretto


La misurazione è il punto più critico e più sottovalutato. Ogni stage del funnel richiede metriche diverse, e mescolarle crea confusione.


TABELLA: KPI per stage del funnel

Stage

KPI primari

KPI secondari

Cosa NON guardare

Awareness

Reach, CPM, Brand Lift, Search Volume brand

Frequenza, Video View Rate

ROAS diretto, CPA

Consideration

CTR, CPC, Engagement Rate, Tempo su pagina

Tasso di rimbalzo, Pagine per sessione

Conversioni immediate

Conversione

ROAS, CPA, Tasso di conversione

AOV (valore medio ordine), LTV iniziale

Metriche di reach

Retention

LTV, Churn Rate, Tasso di riacquisto

Email open/click rate, NPS

CPA (non rilevante)

Una cosa che trovo utile introdurre con i clienti che hanno più canali attivi è l'analisi dell' incrementalità: quanto delle conversioni che attribuiamo a una campagna sarebbero avvenute comunque, senza quella campagna? È una domanda difficile da rispondere con certezza, ma ci sono strumenti per approssimarla: geo test, holdout test, lift test nativi di Meta e Google. Senza questa analisi, si tende sistematicamente a sovrastimare il contributo dei canali BOFU (che intercettano chi aveva già deciso di comprare) e a sottostimare quello dei canali TOFU.


Cosa fare quando il budget è limitato


Non tutti i business partono con budget da decine di migliaia di euro al mese. Uno degli errori peggiori che si possono fare con budget ridotti è distribuirli su troppi canali. Meglio essere dominanti su uno o due canali che presenti in modo irrilevante su cinque.

La priorità con budget limitato, secondo me, è questa: prima costruisci il canale di conversione che funziona (tipicamente Google Search o Meta con retargeting), poi — quando hai un CPA stabile e un margine che regge — inizia ad alimentare il TOFU. L'errore opposto — partire dall'awareness senza avere un funnel di conversione funzionante — è altrettanto costoso: porti gente sul sito e non converte.

Con budget mensili sotto i 3.000 euro, la mia raccomandazione è di concentrarsi su un solo canale paid, investire in SEO e contenuto organico come canale di awareness a lungo termine, e costruire una lista email dall'inizio. Non è la soluzione più "eccitante", ma è quella che regge nel tempo. Vale la pena ricordare che la concorrenza sulle aste pubblicitarie cresce ogni anno: secondo l'Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, nel 2025 la pubblicità digitale ha superato il 51% di tutti gli investimenti pubblicitari in Italia, con una previsione di raggiungere i 6 miliardi di euro. Chi non ha una strategia strutturata paga semplicemente di più per gli stessi risultati.


Il punto: un media plan che sopravvive al mese prossimo


Il media plan non è una formula. È una struttura di pensiero che mette in relazione dove si trova il business oggi, dove vuole arrivare, e come distribuire le risorse nel tempo per costruire un sistema che funziona — non solo nel breve periodo.

I media plan che ho visto fallire hanno quasi sempre le stesse caratteristiche: troppo concentrati sulla conversione immediata, troppo pochi canali di awareness, nessuna logica temporale, nessuna allocazione per la produzione creativa, e metriche che misurano le cose sbagliate. I media plan che invece hanno portato risultati duraturi sono stati quelli in cui il cliente era disposto a investire sulla costruzione del funnel in modo paziente, accettando che alcuni risultati si vedono in sei mesi, non in sei settimane.

Se stai costruendo un media plan adesso, chiediti: questo piano ha senso anche tra dodici mesi? Sto alimentando tutte le fasi del funnel in modo proporzionale? Ho un piano creativo degno di questo nome? Se le risposte sono tutte sì, sei già avanti rispetto alla maggior parte dei tuoi concorrenti.



Domande frequenti sul media plan e gli investimenti per funnel


Qual è la percentuale giusta di budget da allocare all'awareness rispetto alla conversione?

Non esiste una percentuale giusta in assoluto — dipende dalla fase di vita del brand, dal settore e dalla stagionalità. Come riferimento orientativo, un brand in fase di crescita dovrebbe allocare il 25–35% del budget su awareness e il 30–40% su conversione. Un brand molto giovane ha bisogno di più awareness (fino al 50%), mentre uno maturo può spostare più peso sulla conversione. Il rischio più comune è sotto-investire sull'awareness, svuotando il funnel nel medio periodo.

Meta o Google: dove investire prima con un budget limitato?

Dipende dal tipo di domanda che esiste per il tuo prodotto. Se le persone cercano già quello che vendi (domanda consapevole), parti da Google Search — intercetta chi è già pronto a comprare. Se stai creando una categoria o il tuo prodotto non è ancora cercato, Meta è più adatto per generare interesse su pubblici freddi. In molti casi la risposta giusta è usarli insieme, ma con budget ridotti è meglio dominare uno solo.

Come si misura l'efficacia delle campagne di awareness?

Le metriche di awareness non sono il ROAS — che è una metrica di conversione. Si misurano con: aumento del search volume sul brand name (Google Search Console, Google Trends), brand lift survey (disponibili su Meta e YouTube), aumento del traffico diretto al sito, e frequenza/reach sui target di riferimento. Nel medio periodo, un buon investimento in awareness si vede anche nel calo del CPA sulle campagne di conversione, perché gli utenti arrivano già "caldi".

TikTok vale la pena come canale paid per un e-commerce italiano?

Dipende dal prodotto e dal target. Se vendi a un pubblico prevalentemente under 30 con prodotti visivamente dimostrabili, TikTok può funzionare molto bene — a patto di avere contenuti nativi e autentici, non adattamenti di spot televisivi. Se il tuo target è over 40 o il prodotto è complesso da mostrare in un video verticale di 15 secondi, il budget è meglio allocato altrove. TikTok richiede anche un volume di contenuti creativi superiore rispetto a Meta — non è un canale "set and forget".

Con che frequenza si dovrebbe rivedere un media plan?

Le ottimizzazioni operative (budget delle singole campagne, creative, audience) si fanno settimanalmente o bisettimanalmente. Le revisioni strategiche — riallocazione tra canali e stage del funnel — vanno fatte trimestralmente. Una revisione annuale serve per reimpostare gli obiettivi e il budget complessivo in linea con la strategia di business. Cambiare la struttura del media plan ogni mese in base ai risultati di breve periodo è il modo più rapido per distruggere la coerenza del sistema.


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